La gestione del petrolio, i problemi socio-ambientali e l’articolo 32 della Costituzione Italiana

Albina Colella

 

1. PREMESSA

Lo sfruttamento del petrolio e del gas è causa di gravi impatti diretti e indiretti sull’ambiente e sulla salute dell’uomo. La strada da percorrere per arrivare ad una alternativa del petrolio nei trasporti è ancora lunga (US EPA); nel frattempo è necessario minimizzare il potenziale inquinante dei combustibili fossili e fare in modo di causare il minor danno possibile all’ambiente e al territorio soggetto, attraverso la conoscenza del territorio e del sottosuolo, il rispetto delle norme codificate e controlli severi.

2. GLI IMPATTI AMBIENTALI DELLE ATTIVITA’ PETROLIFERE

Tutti gli stadi del petrolio, dall’esplorazione, alla produzione, all’uso dei prodotti petroliferi, sono accompagnati da un forte inquinamento ambientale” (Gossen & Velichkina, 2006). Gli impatti ambientali delle attività petrolifere nelle aree desertiche sono modesti, mentre possono essere molto rilevanti nei territori fragili e vulnerabili all’inquinamento. Si tratta in genere di territori densamente popolati, ricchi di risorse naturali come l’acqua e le aree naturalistiche protette, a vocazione agricola, con un sottosuolo geologicamente complesso e ad alta pericolosità sismica. Tutti aspetti poco compatibili con le attività petrolifere.

Gli impatti ambientali sono numerosi (Colella & Civita, 2015): impatto paesaggistico, cambiamento o distruzione degli habitat naturali, sottrazione di territorio, deforestazione, modifiche della morfologia e dell’uso del suolo, inquinamento e subsidenza del suolo, inquinamento delle acque superficiali e sotterranee, sfruttamento delle risorse idriche superficiali e sotterranee, inquinamento dell’aria, sviluppo di piogge acide, sviluppo di sismicità indotta e innescata, aumento della temperatura globale e relativi cambiamenti climatici, danni alla salute umana, perdita di vite umane, danni all’agricoltura, danni alle proprietà private, danni all’industria locale del turismo, ecc.

“I costi ambientali e sociali prodotti dagli impatti ambientali delle attività petrolifere sono spesso assenti dalle decisioni del Governo del Paese” (O’Rourke & Connolly, 2003). Ciò avviene sia per mancanza di evidenze e analisi adeguate, sia per interesse politico-economico. In Italia la chiave del problema è rappresentata dall’Art. 32 della Costituzione Italiana che tutela la salute umana, per cui la tutela della salute è preminente rispetto all’interesse industriale: lo Stato può disporre delle risorse del sottosuolo e autorizzarne l’estrazione solo se ciò non pregiudicherà la salute umana. Ed ecco che spesso l’inquinamento diventa “trasparente”: l’inquinamento c’è, ma non viene certificato dalle istituzioni preposte alla difesa dell’ambiente e della salute, al punto che a volte si arriva ad occultare i dati.  Se non si certifica il reato, il reato non esiste. Le compagnie ci guadagnano a estrarre idrocarburi in Italia grazie alle favorevoli condizioni dello Stato italiano, lo Stato, le Regioni e i Comuni ottengono le royalty, lo Stato ci guadagna anche con un prelievo fiscale complessivo che può arrivare fino al 68% (UNMIG, 2018). I problemi ambientali in realtà ci sono, e di fatto il costo ambientale è scaricato in gran parte sul territorio.

3. PREVENZIONE E MITIGAZIONE DEGLI IMPATTI

Il territorio italiano è uno dei più fragili d’Europa dal punto di vista geoambientale, ed è interessato da importanti attività petrolifere a terra e a mare. Nel gennaio 2018 in Italia (Sicilia compresa) sono presenti 1587 pozzi produttivi di petrolio e gas (877 a terra, 710 a mare), 200 concessioni petrolifere (133 a terra, 67 a mare), 95 permessi di ricerca (71 a terra, 24 a mare), 15 concessioni di stoccaggio gas in terraferma, 359 pozzi di stoccaggio più altri, 15 centrali di stoccaggio (UNMIG, 2018).

Fondamentale per la prevenzione e la mitigazione degli impatti ambientali è l’acquisizione di una buona conoscenza delle caratteristiche geoambientali del territorio e del sottosuolo, che deve avvenire “prima” dell’inizio delle attività petrolifere: spesso tuttavia non è così. Fondamentali sono anche i controlli sul rispetto delle norme di sicurezza riguardanti gli impianti e i pozzi, che esistono e sono codificate, e sullo smaltimento dei rifiuti liquidi (acque di produzione petrolifera) e solidi (fanghi di perforazione). Le violazioni delle norme sono frequenti, perchè le compagnie petrolifere mirano al profitto, abbattendo i costi con il risparmio sui tempi, sugli investimenti tecnologici, sulla sicurezza, sull’addestramento del personale, ecc.  Basti pensare: alla compagnia Plains Pipeline che dal 2006 al 2015 ha accumulato 175 procedure di infrazione per sicurezza e manutenzione (Smith & Mejia, 2016); alla Shell, che ha accettato di versare 83,5 milioni di dollari a titolo di risarcimento agli oltre 15.600 pescatori Ogoni sul delta del Niger per delle fuoriuscite di greggio (New Wires, 2015); alla Exxon Mobil che nel 2008 ha patteggiato con il Dipartimento di Giustizia e con l’US EPA il pagamento di una penale di 6,1 milioni di dollari per mancati controlli sul contenuto di zolfo in alcuni flussi di gas, con danni alla salute (Frieden, 2008), ecc.

Il rispetto delle norme richiede controlli severi da parte di enti terzi e indipendenti. La Norvegia si è dotata di una autorità specifica di controllo indipendente e di riferimento del Ministero del Lavoro, la Petroleum Safety Authority (PSA), cui è attestata la supervisione delle attività petrolifere in relazione alla tutela della salute e dell’ambiente, e alla sicurezza. In Italia invece i controlli vengono generalmente delegati alle ARPA, che sono spesso inadeguate per una materia complessa come quella petrolifera, e che sono in genere sotto controllo politico. I controlli sono spesso svolti dagli stessi controllati; solo in caso di incidenti rilevanti vengono coinvolti enti superiori come l’ISPRA.

4. IL GIACIMENTO DI PETROLIO DELLA VAL D’AGRI

La Basilicata ospita il maggior giacimento di petrolio dell’Europa occidentale finora sfruttato in terraferma. Esso è ubicato in Val d’Agri (Fig. 1), dove nel 2018 sono presenti 38 pozzi petroliferi, di cui 22 in produzione (UNMIG), il Centro Olio Val d’Agri (COVA), un impianto di trattamento e desolforazione degli idrocarburi, e il pozzo di reiniezione dei reflui petroliferi Costa Molina 2 (Fig. 2). Il giacimento si trova in un territorio ad alta pericolosità sismica, popolato, con una diffusa agricoltura e ricco di acque sotterranee e superficiali: sono presenti 23 corsi d’acqua, il maggiore dei quali è il Fiume Agri, circa 650 sorgenti e due invasi d’acqua, Marsico Nuovo e Pertusillo.  Quest’ultimo, il più grande, fornisce acqua ad uso umano a Puglia, Basilicata e Calabria. Esso si trova a breve distanza dal COVA e ne subisce gli impatti ambientali a causa delle emissioni in aria e delle acque sotterranee.

.Fig. 1 – Ubicazione della Val d’Agri in Basilicata, e mappa digitale con i corsi d’acqua e l’invaso del Pertusillo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 2. A sinistra: Val d’Agri, ubicazione dei pozzi petroliferi e degli invasi di Marsico Nuovo e del Pertusillo. A destra: ubicazione del COVA, della condotta delle acque di reiniezione, del pozzo Costa Molina 2 (CM2), delle sorgenti anomale di Contrada La Rossa S2 e S3 e dell’invaso del Pertusillo (modificato da ENI, 2015)

 

4.1. Errori e omissioni nella gestione ambientale

4.1.1. Ubicazione del Centro Olio Val d’Agri (COVA)

È stato un grave errore l’ubicazione del COVA (e della zona industriale) nell’area di Viggiano. Esso si trova nella zona del terremoto del 1857 (Mw 7,03) che devastò la Basilicata e fece registrare il massimo dei danni stimati del XI grado MCS, e dove sono attese le massime amplificazioni locali. Il COVA si trova anche a circa 1,8 km dall’invaso del Pertusillo, sopravento e sopracorrente rispetto al flusso delle acque sotterranee. Dai suoi camini fuoriescono sostanze inquinanti, tra cui zolfo e migliaia di tonnellate/anno di azoto, che i venti trasportano verso l’invaso, contribuendo all’acidificazione ed eutrofizzazione delle sue acque. Le acque sotterranee dell’area del COVA sono a luoghi contaminate, come documentato da ARPAB, e scorrono verso l’invaso del Pertusillo.

4.1.2. Studi del sottosuolo posteriori all’inizio delle attività petrolifere

Lo smaltimento dei reflui dei pozzi petroliferi della Val d’Agri avviene sin dal 2001 anche per reiniezione nel sottosuolo a fortissima pressione attraverso il pozzo Costa Molina 2, ubicato nel Comune di Montemurro, area epicentrale del terremoto del 1857. Nonostante la complessità geologica del sottosuolo, deformato e fagliato, di quest’area tettonicamente attiva e ad alta pericolosità sismica, lo studio geologico di dettaglio dell’area di reiniezione è stato realizzato con 13 anni di ritardo rispetto all’inizio della reiniezione (Stabile et al. 2014; Improta et al., 2015). Esso ha evidenziato la presenza di faglie sotto il pozzo di reiniezione (Fig. 3), i cui percorsi permeabili intercettano le acque tossiche reiniettate, che così migrano per chilometri nel sottosuolo, sia lateralmente che verticalmente; tali acque risalgono verso la superficie causando microsismicità indotta, con il rischio di innescare un grosso terremoto vista la pericolosità sismica dell’area, di contaminare le falde acquifere e di fuoriuscire in superficie. Nel 2011 su suoli ad agricoltura biologica ubicati a circa 900 m di quota e a 2,3 km dal pozzo di reiniezione, sono affiorate le acque anomale di Contrada la Rossa (Fig. 3), contaminate da idrocarburi, zolfo, sali, fenoli, tensioattivi, metalli come il piombo e altri, che hanno caratteristiche affini a quelle delle acque di scarto petrolifero (Colella, 2014a, b; Colella & Ortolani, 2017), come descritte in letteratura.

Fig. 3. A sinistra: il flusso delle acque sotterranee di Cd. La Rossa dopo uno scavo. Al centro: dettaglio dei vari punti di fuoriuscita delle acque di Cd. La Rossa, derivanti dal mescolamento di acque trasparenti di falda acquifera con acque profonde, lattiginose, calde, saline, anossiche, ricche di idrocarburi, metalli, fenoli, tensioattivi. A destra: le due faglie identificate sotto il pozzo di reiniezione Costa Molina 2 e gli ipocentri della microsismicità indotta dalla reiniezione delle acque di scarto petrolifero (Improta et al., 2015).

 

4.1.3. Monitoraggi tardivi e inadeguati

Dopo circa 20 anni dall’inizio delle attività petrolifere, il sistema di monitoraggio ambientale integrato realizzato dai controllori risulta:

  • ancora non esaustivo di tutti gli elementi necessari (suolo e sottosuolo, acque superficiali e sotterranee, vegetazione, atmosfera, fauna, esseri umani);
  • carente per la mancanza di controlli continui e ad alta frequenza, e inadeguato per le modalità con cui a volte viene effettuato e per le sostanze cercate. Il monitoraggio di un area complessa come quella appenninica lucana va realizzato in maniera continua: esso non può avvenire per somma di momenti e occasioni random via via create al fine di rispondere a sollecitazioni esterne, non può essere la sommatoria di oggetti, processi e modalità operative concepite in maniera non unitaria, non può avvenire mescolando competenze o trascurando alcuni dei settori coinvolti nella valutazione integrata, pena la decadenza della credibilità e della veridicità dei risultati;
  • privo del “dato bianco”, ossia il dato relativo alle matrici ambientali del territorio al punto zero, quello precedente all’inizio delle attività antropiche di cui si vogliono analizzare gli effetti. Si tratta di un dato fondamentale per il monitoraggio ambientale, atto a misurare in maniera continua le variazioni di alcuni parametri, al fine di verificare in continuo le mutazioni dello stato dell’ambiente indotte dalle attività antropiche;
  • dopo circa 20 anni di trivellazioni, solo recentemente è stato realizzato uno studio epidemiologico molto approfondito e focalizzato sull’area circostante il COVA. Nel 2017 sono stati pubblicati i risultati della Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) dei Comuni di Viggiano e Grumento Nova (Bianchi et al., 2017).

4.1.4. Impianti a rischio di incidente rilevante e inadempienze

ENI non ha adottato tempestivamente le misure di sicurezza e le prescrizioni della Regione Basilicata previste per il COVA, un impianto a rischio di incidente rilevante soggetto alla Direttiva Seveso III (2012/18/UE), recepita dall’Italia con il decreto legislativo 26 giugno 2015, n.105. Sin dal 2009 i quattro grandi serbatoi di petrolio greggio del COVA avevano avuto problemi di usura, ed erano privi del previsto doppiofondo di sicurezza, tranne uno. ENI ha dichiarato che la perdita di circa 400 tonnellate di petrolio greggio resa nota nel gennaio 2017, si sarebbe manifestata da agosto a novembre 2016 a causa di un piccolo buco in uno dei serbatoi. Questa perdita ha causato un flusso incontrollato di petrolio nel sottosuolo di un’area vicinissima all’invaso del Pertusillo (Fig. 4) con acqua destinata al consumo umano, motivo per cui la Regione Basilicata a metà aprile 2017 ha deciso di chiudere il COVA per tre mesi, fino al 18 luglio 2017. Il sindaco di Grumento Nova ha emesso alcune ordinanze di divieto d’uso delle acque di alcune sorgenti circostanti il COVA, tra cui recentemente quella di Guardemmauro, molto vicina all’invaso del Pertusillo (Fig. 4).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 4 – Le immagini mostrano la breve distanza tra il COVA e l’invaso del Pertusillo, la direzione del flusso delle acque sotterranee dal COVA verso il Pertusillo, e l’ubicazione della sorgente Guardemmauro contaminata da dicloroetilene. La figura a destra è stata realizzata dal Prof. Ortolani.

 

4.1.5. Controlli inadeguati e sorveglianza distratta

I controlli sono stati affidati alle compagnie petrolifere e ad ARPAB, priva di laboratori accreditati, con personale tecnico insufficiente e privo di tutte le competenze tecniche necessarie per la complessa materia petrolifera. Gli stessi direttori ARPAB hanno lamentato problemi, al punto da denunciare in Procura la Regione Basilicata per non avergli consentito di svolgere compiutamente i loro compiti di controllo. Molti controlli sono stati fatti spesso preavvisando con congruo anticipo il controllato. La Procura di Potenza nel 2017 ha rinviato a giudizio per questioni ambientali due direttori e tre dirigenti ARPAB, il direttore del Dipartimento Ambiente e il responsabile dell’Ufficio Compatibilità Ambientale della Regione Basilicata. I cittadini lucani hanno perso la fiducia nelle istituzioni e sono nate associazioni ambientaliste volte a raccogliere i fondi necessari per la realizzazione di analisi ambientali autonome.

4.1.6. Intimidazioni, occultamenti, depistaggi, mancanza di trasparenza  

  • Nel 2017 ENI è stata condannata dal Tribunale di Roma per lite temeraria e al risarcimento della scrivente, dopo averla citata in giudizio per diffamazione e averle chiesto un risarcimento di 5 milioni di euro. La Prof. Colella aveva divulgato sulle reti televisive nazionali i risultati scientifici di un suo studio sull’inquinamento da idrocarburi, metalli, fenoli, tensioattivi, sali, delle acque sotterranee di Contrada la Rossa (Montemurro) che affiorano a 2,3 km dal pozzo di reiniezione Costa Molina 2, con l’ipotesi che si trattasse di reflui petroliferi reiniettati nel sottosuolo e per qualche accidente risaliti in superficie, come già accaduto in altre parti del mondo.
  • L’ARPAB nel 2017 ha ricevuto una multa di 800 mila euro dalla Provincia di Potenza per aver occultato per circa 3 anni i risultati di analisi chimiche delle suddette acque di Cd. la Rossa, che confermavano l’inquinamento da idrocarburi riscontrato in precedenza dalla Prof. Colella (Brancati, 2017).
  • Nel gennaio 2017 è stata riscontrata la perdita di 400 tonnellate di petrolio greggio per corrosione di uno dei quattro serbatoi del COVA, che ha contaminato terreno e acque sotterranee in prossimità dell’invaso del Pertusillo. Se da una parte ENI dichiarava che la perdita sarebbe avvenuta da agosto a novembre 2016, l’ex responsabile ENI del COVA, Gianluca Griffa, “suicidatosi” nel 2013, in una lettera testamento ai Carabinieri di Viggiano e agli ispettori di Polizia Mineraria (UNMIG), dichiarava che i vertici ENI sapevano delle perdite di greggio sin dal 2012, ma che “per ordini superiori” sarebbero state nascoste per non fermare la produzione. Dirigenti locali, inoltre, gli avrebbero impedito di portare allo scoperto la situazione (Massari & Totaro, 2017).
  • Sette dirigenti ENI sono stati rinviati a giudizio dalla Procura di Potenza nel 2017 per smaltimento illecito di rifiuti petroliferi, insieme a due dirigenti della Regione Basilicata, due ex direttori e tre dirigenti ARPAB per omessi controlli.
  • Giornalisti di trasmissioni televisive nazionali sono stati denunciati o attaccati pubblicamente per aver divulgato l’inquinamento petrolifero della Basilicata.
  • La popolazione non è stata informata dalle istituzioni preposte in merito alla contaminazione da idrocarburi e metalli degli alimenti nelle aree petrolifere e delle acque nell’invaso del Pertusillo. Sono state trovate alte concentrazioni di idrocarburi, metalli (tra cui il piombo) e pcb nel miele, latte, formaggio, olio, funghi, cavolfiori, patate, fagioli, peperoni, mele. Nei pesci dell’invaso del Pertusillo sono stati rinvenuti16 tipi di idrocarburi (compresi IPA), metalli come piombo, rame, mercurio, e poi pcb e microcistine (Santoriello, 2015; Santoriello et al., 2015).
  • A volte, per minimizzare gli impatti delle attività petrolifere, alcune trasmissioni televisive non hanno dato la corretta informazione agli italiani circa la provenienza degli idrocarburi nelle acque e nei sedimenti dell’invaso del Pertusillo, imputandola alla sorgente naturale di acqua e petrolio di Tramutola, le cui acque si sversano nel F. Agri, che dopo alcuni chilometri sfocia nel Pertusillo. Studi scientifici sui sedimenti (Colella, 2012a, b; Colella, 2013; Colella & D’Orsogna, 2014) hanno invece documentato che buona parte degli idrocarburi del Pertusillo provengono dal margine orientale petrolifero dell’invaso, come peraltro confermato da una dirigente dell’Istituto Superiore di Sanità (Bonanata, 2012).

4.1.7. Violazione del diritto di accesso agli  atti amministrativi

Diverse sono state le violazioni del diritto di accesso all’informazione ambientale, al punto da costringere i cittadini a fare ripetuti ricorsi e addirittura scioperi della fame per ottenere i documenti.

4.2. Mancata applicazione del Piano di Tutela delle Acque

secondo la normativa vigente (D.Lgs. 152/06 e precedenti sino al DPR 236/88), che prevede la perimetrazione e tutela delle aree di salvaguardia delle acque destinate al consumo umano, con particolare riferimento alle aree di ricarica degli acquiferi. È’ pubblicata una lunga lista di attività e trasformazioni impattanti che non possono essere ammesse all’interno di tali sistemi di protezione. Ciò permetterebbe di opporre – ex legis – limitazioni d’uso dell’ambiente tridimensionale prima dell’aumento delle estrazioni petrolifere (i.e. aumento del rischio). La Val d’Agri e le aree contigue, come il Vallo di Diano, rivestono una importanza idrogeologica che è strategica per l’Italia, per l’abbondanza di acque sotterranee e superficiali. Le perforazioni petrolifere (esplorative, di produzione e di reiniezione di reflui) attraversano sicuramente diversi acquiferi sovrapposti. In Val d’Agri circa 8-9 pozzi petroliferi sono ubicati nell’area di ricarica degli acquiferi, un’area ad elevatissima vulnerabilità all’inquinamento. Tutte le attività petrolifere, compresi i centri di pre-trattamento e gli oleodotti, sono centri di pericolo di inquinamento che, secondo l’Agenzia per l’Ambiente americana (US EPA), valgono un rischio da 7 a 8 su una scala il cui massimo grado è 9. Tra 20 anni, tutto il serbatoio naturale che alimenta le sorgenti potrà essere inquinato per diffusione e per contatto diretto, se i pozzi non saranno adeguatamente rivestiti e se non verranno applicate le precauzioni e i controlli previsti dalla legge.

4.3. Stima del danno ambientale della Val d’Agri

L’assenza di un sistema organico di monitoraggio in Val d’Agri fino ad oggi non ha consentito di poter determinare l’effettiva consistenza dei danni di uso già accertati, come ad esempio: 1) i sequestri giudiziari alle sorgenti di Calvello e i divieti di emungimento di alcune sorgenti vicine al COVA; 2) la caduta di qualità delle acque superficiali dell’invaso del Pertusillo e delle acque sotterranee; 3) la contaminazione degli alimenti da idrocarburi, metalli e altro; 4) i danni all’agricoltura; 5) gli incidenti presso le aziende agricole con malattie e morie di animali; 6) il dimezzamento delle aziende agricole; 7) gli incidenti connessi alla perdita di petrolio da autobotti; 8) gli incidenti lungo la linea dell’oleodotto; 9) la perdita di qualità dell’aria intorno al COVA; 10) i danni alla salute nelle aree adiacenti al COVA; 11) il deprezzamento delle proprietà prospicienti l’area del COVA; 12) i danni di immagine, ecc.

L’indeterminatezza dei dati incompleti (quando rilevati) ha reso problematica la possibilità di verificare con certezza l’entità dell’inquinamento, l’identità dell’inquinatore e le modalità con cui i fenomeni si sono determinati, con conseguenti ripercussioni economiche e sociali sulle comunità e sui singoli individui.

5. PROCURE

Le Procure hanno difficoltà a svolgere le indagini ambientali per carenza di mezzi finanziari, di personale preposto alle indagini, di referenti tecnici, e per la complessità di tali indagini, spesso legate ad attività imprenditoriali che comportano una analisi documentale lunga e complicata, che può essere gestita solo da forze di polizia competenti. E’ necessaria una Procura Nazionale per i Reati Ambientali, altamente specializzata e non condizionata da realtà locali, così come proposta dal magistrato R. Guariniello, vista la diffusa propensione delle imprese a compiere reati ambientali, l’insufficiente azione di controllo e di sanzione da parte delle autorità preposte.

6. MANCANZA DI LEGISLAZIONE ADEGUATA

E’ necessario adeguare l’attuale apparato legislativo che sovrintende alle attività petrolifere nel sottosuolo interessato da faglie attive sismogenetiche e da ricchezza d’acqua, al fine di garantire la sicurezza ambientale, la tutela di tutte le georisorse e la sicurezza dei cittadini. Per quanto concerne la tutela della salute umana, la risposta è una e riguarda la necessità di una efficace prevenzione primaria, ovvero della riduzione dell’esposizione collettiva ai sempre più ubiquitari patogeni ambientali.

BIBLIOGRAFIA

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La gestione del petrolio, i problemi socio-ambientali e l’articolo 32 della Costituzione Italiana

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